L’albero di susine – Una storia vera

“Non siamo mai stati ricchi. E neanche benestanti. Quando ero bambina vivevo in una casa con i miei fratelli, nonni, zii. Quindici persone in totale, più il maiale e le galline.

Davanti alla porta di ingresso c’era un grande albero di susine, me lo ricordo perchè faceva parte della famiglia, ci dava la frutta che potevamo mangiare, l’unica in effetti, e poi era bello e rassicurante vederlo sempre forte lì davanti a casa.

I miei lavoravano nei campi tutto il giorno e le mie sorelle in città; mi ricordo che la mamma tornava verso l’ora di pranzo per assicurarsi che io, mio fratello e la nonna, mangiassimo qualcosa e poi la rivedevamo all’ora di cena, quando noi bambini ci sedevamo sui sacchi intorno al tavolo a saziarci di pane e anguria. Non c’erano sufficienti posti al tavolo e naturalmente toccavano agli uomini.

Solo i nonni avevano il privilegio di dormire in un letto vero, noi tutti dormivamo su materassi riempiti con foglie di granoturco e il tetto con qualche buco qua e là ci faceva vedere le stelle in estate, ma la pioggia e il freddo in inverno non compensavano certo.

Una mattina non mi hanno mandata a scuola perchè era prevista una piena del fiume e in serata, infatti, l’alluvione ci ha costretti a scappare sul tetto aspettando gli aiuti di chi con le barche è riuscito a metterci in salvo.

Arrivati in città siamo stati soccorsi e portati ai centri accoglienza con dei pullman.

Tre mesi siamo rimasti nel centro. Ogni settimana arrivavano scatoloni di abiti e coperte generosamente donati da chi ha potuto, venivano ammassati e ognuno doveva cercare di recuperare quanto poteva.

Una coppia di sposini che non poteva avere figli chiese a mia madre se potevano portarmi a casa loro, allora avevo dieci anni, e lei disse di si. Sono rimasta con loro per due notti, ma avevo paura, volevo la mia famiglia e così preferii dormire al centro accoglienza con tutte quelle persone estranee purchè accanto alle mie sorelle, a mia mamma.

Nel frattempo il papà e il nonno si occuparono di ricostruire quanto potevano della nostra casa, finchè un giorno finalmente potemmo tornarvi! Nel cuore avevo la gioia di tornare a casa, ma anche la paura di cosa avrei trovato, benchè non avessimo mai posseduto granchè, erano comunque le nostre cose, la nostra casa e l’alluvione aveva spazzato via tutto.

Quasi tutto, perchè appena arrivati lo vidi. Era ancora lì, forte e tutto intero: l’albero di susine ci diede il bentornati a casa come un abbraccio.

Io sono Sandra e questa è la mia storia. Era il 14 novembre 1951″

In questi mesi il tema scottante degli immigrati ci sta toccando tutti. Accoglierli, non accoglierli. Buoni, cattivi.

Questa storia dal passato, così attuale perchè parla dell’unica cosa che non tiene conto del perchè o del quando, le persone, mi ha convinto una volta di più che in certi frangenti non serve chiedersi di chi sono le colpe. Prima di tutto aiutarsi e sostenersi a vicenda, poi valutare. Ma quando, ad esempio, negli anni ’60 i veneti invasero letteralmente l’hinterland milanese, di loro si disse di tutto e di più. Vennero ghettizzati, e le speculazioni si sprecarono. Così come la ben nota orda di italiani in America.

In mezzo alla massa che si muove il marcio c’è e non si può negare, ma quando una madre mette a repentaglio la vita del proprio figlio, disposta a vederlo morire annegato piuttosto che farlo restare nel suo paese, nel suo mondo, nel suo ambiente, non ci sono speculazioni, non ci sono giudizi.

E magari un giorno chissà, qualcuno di loro riuscirà a tornare a casa e vedere il suo albero di susine ancora intatto davanti alla porta di casa.

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